Certificazione della parità di genere, digitale, semplificazione: le sfide delle PMI
Luciano Gaiotti spiega come la certificazione accreditata sia ormai un fattore chiave per le piccole e medie imprese, che devono muoversi in mercati complessi, alimentare la fiducia, gestire il rischio e affrontare percorsi di crescita e trasformazione.
La certificazione accreditata come infrastruttura di fiducia per il sistema economico: Luciano Gaiotti, Vice Presidente di Accredia con delega ai rapporti con le Associazioni di impresa, ne analizza il valore per le PMI nelle sfide decisive, a partire dalla transizione digitale e dalla semplificazione. Un investimento sulla continuità e sulla forza delle imprese nel tempo.
Dal suo osservatorio di Confcommercio, dove è Direttore Centrale Politiche e Servizi per il Sistema, cos’è la certificazione accreditata per le imprese?
Non si tratta di un tema tecnico per addetti ai lavori ma di un’infrastruttura di fiducia che collega imprese, cittadini e Pubblica Amministrazione. Come una lettera di credito irrevocabile nel commercio internazionale, la certificazione accreditata non si basa su un atto di fiducia personale, ma su regole e controlli che riducono il rischio nelle relazioni economiche e trasformano concetti come qualità, sicurezza, sostenibilità e parità in evidenze verificabili da soggetti terzi indipendenti.
In un contesto economico sempre più complesso, questa funzione è centrale, perché riduce l’incertezza e aumenta la trasparenza del mercato. Per le imprese è anche uno strumento di orientamento operativo che aiuta a gestire requisiti di legge, rapporti di filiera e aspettative dei clienti con criteri chiari e misurabili, rafforzando la fiducia del mercato, soprattutto per le piccole imprese.
Se guardiamo al mercato, l’indagine internazionale di ISO mostra che in Italia oltre 160.000 siti aziendali hanno certificato il proprio sistema di gestione. Come interpreta questi dati?
Il Paese è da sempre ai primi posti per numero di certificati emessi, anche grazie alla struttura del suo tessuto imprenditoriale composto da centinaia di migliaia di PMI che competono in filiere globali. In questo contesto, cresce la consapevolezza nella certificazione accreditata, non solo come requisito formale per l’accesso ai bandi ma anche come strumento essenziale di reputazione, fiducia e governo dei rischi, ampliandone la portata verso ambiti come ambiente, sicurezza delle informazioni, responsabilità sociale e anticorruzione. In sintesi, le imprese cercano stabilità, riconoscibilità e fiducia in mercati sempre più selettivi ed è questo l’elemento davvero nuovo.
Perché oggi si parla tanto di certificazioni per le PMI del terziario?
Le imprese devono dimostrare ciò che affermano con fatti, indicatori e misurazioni, e la certificazione accreditata lo rende possibile. Nel terziario, dove il valore è spesso immateriale, rende visibile l’affidabilità dell’impresa ed è quindi centrale per le PMI del settore.
Gli esempi sono concreti: un’azienda di formazione trova nella certificazione accreditata alla ISO 9001 un supporto organizzativo per la gestione strutturata di processi formativi, materiali didattici, valutazioni e competenze dei docenti. Allo stesso modo, le imprese dei servizi utilizzano certificazioni accreditate su qualità, ambiente, sicurezza e parità di genere per governare in modo integrato organizzazione, adempimenti e tutela dei lavoratori.
Per una PMI del terziario che volesse certificarsi da dove ha senso iniziare?
Direi dal mercato. Bisogna chiedersi quali requisiti richiedono i clienti, i committenti, le piattaforme, le Pubbliche Amministrazioni. La certificazione giusta è quella che riduce i rischi e apre opportunità concrete.
Qual è l’errore più frequente delle PMI rispetto alla certificazione accreditata?
Sommare le certificazioni senza una strategia. Accedere a più certificazioni scollegate è spesso il risultato di stratificazioni temporali, spinte da bandi o consulenze. Non è la strada giusta. Meglio poche certificazioni integrate in un unico sistema di gestione coerente con il proprio modello di business.
Uno dei casi recenti e significativi di sviluppo delle certificazioni è la parità di genere. Sono quasi 40.000 i siti aziendali certificati secondo la PdR/UNI 125 in poco più di due anni. Come legge questi dati?
La certificazione per la parità di genere dimostra come un obiettivo di politica pubblica, tradotto in norme tecniche chiare e supportato da un sistema di accreditamento credibile, possa diventare uno strumento concreto per le imprese. Gli incentivi hanno avuto un ruolo, ma il successo deriva soprattutto dalla disponibilità di un metodo strutturato per gestire ambiti complessi come retribuzione, percorsi professionali, conciliazione vita-lavoro, sviluppo delle competenze e contrasto alle molestie.
Il valore aggiunto risiede nella presenza di indicatori e criteri oggettivi che riducono discrezionalità e ambiguità e rendono più trasparenti le decisioni. Per molte PMI questo significa passare da approcci informali a processi più strutturati. La certificazione accreditata offre, inoltre, un’evidenza esterna dell’impegno dell’impresa, sempre più rilevante per attrarre e trattenere talenti, soprattutto tra le generazioni più giovani. In questo senso, la parità di genere certificata non è una moda, ma un investimento competitivo.
Lei, che è Amministratore del Digital Innovation Hub di Confcommercio, quale ruolo abilitante vede per la certificazione accreditata nei percorsi di innovazione e di trasformazione digitale delle PMI?
L’EDI Digital Innovation Hub di Confcommercio nasce per accompagnare le imprese nei percorsi di innovazione e trasformazione digitale, aiutandole a individuare le tecnologie più utili e a integrarle in modo sostenibile nei modelli di business. La trasformazione digitale rappresenta una grande opportunità ma inizialmente viene percepita come un rischio, soprattutto dalle PMI, che spesso faticano a distinguere tra soluzioni affidabili e promesse non verificate.
In questo contesto, la certificazione accreditata svolge un ruolo fondamentale perché rende verificabili competenze, processi e sistemi, anche su aspetti decisivi come la sicurezza delle informazioni e la continuità operativa. La certificazione non sostituisce l’innovazione, ma la rende credibile, aiutando le imprese a fare scelte più consapevoli e il mercato a fidarsi di più. Ne sono esempi l’Innovation manager certificato secondo la UNI 11814 e la prossima ISO 9001:2026, che integrerà il tema dell’innovazione digitale nei processi di gestione e di analisi dei rischi e delle opportunità.
Confcommercio ha partecipato ai tavoli UNI per la PdR 167 sugli adeguati assetti delle PMI. Quanto può incidere la certificazione accreditata nella riduzione dei controlli e nel rapporto tra imprese e pubblica amministrazione?
Le due prassi di riferimento UNI, la PdR 167 sugli adeguati assetti e la PdR 186 sulla semplificazione, vanno lette insieme perché rispondono alla stessa esigenza delle PMI: rafforzare la governance e la gestione dei rischi senza appesantire l’organizzazione.
La PdR 167 offre una guida concreta per strutturare assetti organizzativi, amministrativi e di controllo proporzionati alla dimensione e complessità aziendale, senza introdurre nuovi obblighi, anche considerando che solo il 3,5% delle imprese italiane che hanno depositato il bilancio dichiara di avere assetti organizzativi adeguati.
La PdR 186 si inserisce nell’obiettivo storico della semplificazione, rafforzato dal Decreto Legislativo 103/2024, basato sulla gestione del rischio e sul riconoscimento dell’affidabilità dimostrata dalle imprese. A regime, questo approccio potrà tradursi in controlli più razionali e senza duplicazioni, contribuendo a un rapporto più equilibrato tra imprese e pubblica amministrazione.
Con le profonde trasformazioni in atto, non solo economiche, cosa serve perché il sistema della qualità funzioni veramente per il mercato e per la società?
Servono ruoli chiari e un confronto costante tra tutti gli attori della qualità. In questo senso, il Tavolo della Qualità, che riunisce le Associazioni di impresa socie di Accredia, svolge un ruolo rilevante come spazio di confronto strutturato tra imprese, accreditamento e normazione. Questo dialogo contribuisce a orientare lo sviluppo di schemi e regole tenendo conto della realtà delle PMI, permettendo alla certificazione accreditata di restare uno strumento utile e credibile.
Guardando al futuro, il tema chiave sarà rafforzare formazione e comunicazione: imprenditori, professionisti e cittadini devono comprendere cosa c’è dietro una certificazione accreditata. La sfida non è aumentare il numero delle certificazioni, ma il loro impatto reale sul sistema economico e sociale.
Se dovesse lasciare un messaggio finale agli imprenditori, quale sarebbe?
Direi alle imprese, soprattutto piccole e medie: non abbiate timore di strutturarvi. Gli strumenti ci sono, sono proporzionati alla realtà delle PMI e servono a semplificare la vita, non a complicarla. La certificazione accreditata è una leva per farle riconoscere e per consolidare la fiducia dei clienti, per stare nelle filiere che contano. È un investimento sulla continuità e sulla forza nel tempo.