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Finanza Verde: l’accreditamento per la sostenibilità degli investimenti green

Pillole di Osservatorio
28 dicembre 2020

La tassonomia europea definisce i criteri di sostenibilità degli investimenti ma gli operatori hanno bisogno di strumenti come la certificazione accreditata per allocare in maniera efficiente il capitale, in un sistema di regole chiare e trasparenti.

Con la sottoscrizione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, l’Unione europea ha posto la sostenibilità ambientale e sociale al centro delle proprie politiche. Più recentemente il Green Deal, iniziativa fulcro dell’UE per il clima, fissa al 2050 il limite entro il quale l’Europa dovrà diventare climaticamente neutra.

Gli investimenti pubblici non saranno però sufficienti a conseguire i target stabiliti e l’apporto di capitali privati sarà centrale per un efficace piano di investimenti verdi. Non è un caso che molti operatori si aspettino che il dibattito, in occasione della prossima Cop26 prevista per l’autunno 2021, verterà proprio sulla partnership pubblico privato, necessaria per assecondare la transizione ecologica dell’economia mondiale. In questo senso le decisioni prese da Cina e i nuovi orientamenti politici negli Stati Uniti consolidano la posizione geopolitica internazionale sulla green economy.

 


Il mercato della finanza sostenibile


Ma non c’è green economy senza una finanza verde in grado di muovere capitali verso gli investimenti sostenibili e per finanziare le nuove tecnologie necessarie alla transizione in atto. La Commissione europea stima che l’Europa avrà bisogno di circa 260 miliardi di investimenti in più all’anno nei prossimi dieci anni per raggiungere gli obiettivi stabiliti.

Negli ultimi anni il mercato della finanza sostenibile sta registrando una crescita significativa a livello mondiale, europeo e italiano: sono cresciute le masse gestite secondo strategie di investimento sostenibile e responsabile ed è cresciuto il numero di operatori che integrano i criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) nelle strategie d’investimento. Tuttavia, restano ampi margini di miglioramento in termini di trasparenza e di condivisione di criteri comuni in merito alle applicazioni del concetto di sostenibilità degli investimenti. Tali aspetti sono cruciali nell’ottica di incrementare la fiducia degli investitori per orientare i flussi di capitale verso attività in linea con gli obiettivi ambientali e sociali definiti in sede internazionale.

A fronte di un mercato complesso e in costante evoluzione, gli investimenti sostenibili e responsabili (SRI – Sustainable and Responsible Investment) si stanno progressivamente affermando, grazie alle molteplici opportunità offerte a investitori istituzionali e retail. Gli orientamenti politici a livello globale ed europeo hanno tracciato la rotta della sostenibilità e gli operatori di mercato si sono ormai accorti che investire green conviene. L’investimento sostenibile e responsabile è un approccio caratterizzato da un orientamento di lungo periodo che integra i fattori ESG nel processo di ricerca, analisi e selezione dei titoli che compongono il portafoglio degli investimenti. L’approccio unisce l’analisi dei fondamentali e l’engagement (l’attivismo degli azionisti attraverso la partecipazione alla vita assembleare, il voto e l’implementazione di campagne di pressione) alla valutazione dei fattori ESG, con l’obiettivo di intercettare rendimenti a lungo termine e di offrire un beneficio alla società.

 


Le strategie per gli investimenti sostenibili


Oggi alla definizione adottata da EUROSIF (Forum Europeo per gli Investimenti Sostenibili e Responsabili) si riferiscono diverse strategie di selezione e gestione degli investimenti. In particolare:

  • Esclusione di titoli dall’universo investibile: prevede l’esclusione a priori o a posteriori di un settore produttivo o di una compagnia il cui business risulta incompatibile con i criteri ESG o con gli standard normativi internazionali.
  • Screening normativo: gli investimenti sono sottoposti a screening con l’obiettivo di valutare la compatibilità delle imprese in portafoglio con gli standard minimi basati sulle normative internazionali di riferimento.
  • Azionariato attivo: l’azionista effettua le proprie scelte con il fine di massimizzare i rendimenti ponderati per il rischio, migliorare la condotta del business, sottoporre all’attenzione questioni etiche o morali e contribuire allo sviluppo sostenibile.
  • Integrazione ESG: inclusione esplicita e sistematica da parte dei manager dei fattori ESG nell’analisi finanziaria tradizionale.
  • Selezione di titoli “best-in-class”: messa in campo dagli investitori che selezionano le imprese capaci di ottenere i migliori punteggi in termini ESG all’interno del loro comparto economico.
  • Investimenti a tema sostenibile: scelta di aree di investimento che sono tipicamente correlate con l’idea stessa di “sviluppo sostenibile” e che includono diverse tematiche oltre quella ambientale.
  • Impact investing: sviluppo di investimenti che si ritiene possano avere un impatto positivo sulla sostenibilità nel lungo periodo.

Come detto lo sviluppo di tale mercato risente della mancanza di criteri chiari che garantiscano trasparenza sulle caratteristiche di sostenibilità delle operazioni.

Nel confronto tra 2015 e 2017 rileviamo una movimentazione complessiva sostanzialmente stabile e pari a 22.500.000 milioni di euro con una forte diminuzione degli investimenti che seguono le strategie “screening normativo” e “esclusione di titoli dall’universo investibile”.

Allo stesso tempo è significativo rilevare il grandissimo aumento della quota di investitori retail che passa dal 3,4% nel 2013 per arrivare al 30,8% nel 2017: questa dinamica indica una maggiore diffusione della consapevolezza tra gli operatori dei benefici privati, oltre che sociali, legati alla finanza verde.

Per consentire il pieno sviluppo della finanza verde si sottolinea, da più parti, la necessità di introdurre definizioni e criteri condivisi per sviluppare il mercato SRI all’interno di una cornice comune, a beneficio degli investitori (istituzionali e retail). Chiarezza e trasparenza rappresentano due leve fondamentali per accrescere la fiducia dei risparmiatori nei confronti degli operatori e degli strumenti finanziari che si definiscono “sostenibili”.

 


La tassonomia delle attività eco-compatibili


Le istituzioni europee hanno intercettato questa necessità di maggior chiarezza e trasparenza citando la mancanza di una definizione comune di investimento sostenibile tra i principali ostacoli allo sviluppo del mercato SRI. In risposta a tale esigenza lo scorso giugno il Parlamento Europeo ha approvato il testo del Regolamento UE 852/2020 sulla tassonomia delle attività eco-compatibili: una classificazione condivisa sulle attività economiche che possono essere considerate sostenibili dal punto di vista ambientale. La creazione di una tassonomia per gli investimenti sostenibili è stata proposta dalla Commissione europea all’interno del Piano d’Azione sulla finanza sostenibile lanciato a marzo del 2018 e rientra in un più ampio quadro normativo. L’obiettivo è guidare le scelte di investitori e imprese verso una crescita economica priva di impatti negativi sull’ambiente e, in particolare, sul clima.

 


Il ruolo dell’Infrastruttura per la Qualità


Oggi è fortemente dibattuta l’estensione del perimetro rientrante in ciò che è considerato sostenibile. Andare oltre al piano ambientale significa riferirsi a sistemi valoriali e sociali diversi a seconda dei contesti geografici e culturali dei singoli operatori.

È sicuramente complesso individuare criteri comuni per la tutela della salute e sicurezza dei cittadini ma su questo piano si gioca la partita dell’Infrastruttura per la Qualità già da diversi anni. Ne è caratteristica fondante, già a partire dalla definizione di un sistema di standard internazionali (ISO) nati dal consensus degli operatori e sulla base dei quali si articola la crescita economica, soprattutto nei paesi avanzati. Le imprese italiane da anni conoscono i benefici di un sistema di regole chiaro che omogeneizza i comportamenti e standardizza le produzioni rendendo i mercati più efficienti. I sistemi di gestione ad esempio rappresentano una leva competitiva per le imprese e la certificazione accreditata li rende strumenti spendibili nei mercati internazionali rispondendo ad un’esigenza di trasparenza.

Negli ultimi anni tali strumenti hanno assecondato i trend dell’economia e, in particolare, i temi della sostenibilità. Diversi sono gli schemi di certificazione nati e rinnovati in questi ultimi anni che hanno riscosso un notevole successo presso le imprese.

Sono strumenti volontari che garantiscono cittadini e Pubblica Amministrazione sull’effettivo rispetto di norme nate per la tutela ambientale, il risparmio energetico, la sicurezza e la salute dei lavoratori, ma anche per la prevenzione della corruzione. Proprio per qualificare la sostenibilità delle operazioni di finanziamento è auspicabile che strumenti come le certificazioni rilasciate sotto accreditamento ai sensi del Regolamento CE  765/2008 possano interpretare il proprio ruolo di garanzia e trasparenza.